Graffiti Writing, Haring, Basquiat

Non è difficile capire che “quello che disegna coi gessetti” di cui parla Phase 2 è Keith Haring, che iniziò a disegnare negli spazi pubblici nel 1980, approfittando dei cartelloni neri, vuoti in attesa delle affissioni pubblicitarie: i suoi personaggi, dal ragazzo radioattivo al “barking dog”, erano quasi onnipresenti nelle stazioni della metro, ma raramente sui treni. Nato in Pennsylvania, dopo aver frequentato una scuola d’arte arrivò a New York nel 1978, quando la città aveva già promosso ben due campagne contro i graffiti ed era già attiva la seconda generazione di writer.
Le gallerie interessate a mettere le mani sul fenomeno avevano probabilmente bisogno di un elemento come Haring, bianco, illegale ma non troppo e facilmente comprensibile (palatable, come lo definì correttamente il writer Dondi).
Sarebbe diventato famoso come graffitista, sebbene, nonostante alcuni punti di contatto con la scena dei writer, le differenze tra la sua arte e i “pezzi” siano macroscopiche, a partire dall’intento, artistico nel primo caso, autoreferenziale e narcisistico nel caso dei graffiti.
Il culto del nome, il rischio e la fama sono obiettivi ignoti all’artista newyorchese, che non firmava mai le sue opere (addirittura, raramente le titolava) e che affrontava una tiepida illegalità (cartelloni sfitti, cassonetti, marciapiedi) per raggiungere un pubblico ampio e generalista, già allora estraneo alle gallerie più chic.
Si può dire che Haring abbia preso ispirazione dal graffiti writing, ma solo per quanto riguarda il medium (la strada, le stazione del metrò) e non per quanto riguarda lo stile o il metodo. Le influenze stilistiche gli vengono piuttosto dai fumetti (addirittura, moltissime sue opere sono circondate dalla cornice che, nei fumetti, separa una scena dall’altra) e dai motivi tribali, così spesso replicati fino a diventare quasi ideogrammi, composti con gusto tipografico (in bianco, rosso e nero) a illustrare idee e concetti.
L’incontro con il mondo dell’arte avverrà nei club di Downtown Manhattan, tra Soho, Tribeca e l’East Village, luoghi ben poco raccomandabili dove però si concentrava tutto il fermento creativo underground di quegli anni e in cui era possibile tirare le cinque del mattino in compagnia di Lou Reed o Afrika Bambaata. Se Uptown Andy Warhol frequentava ancora lo Studio 54, a sud di Houston Street gli incontri avvenivano al Mudd Club o al Club 57, ritrovo di studenti d’arte prevalentemente gay, impegnati nella produzione di performance artistiche estreme corroborate da una discreta quantità di francobolli lisergici.

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