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Schloss Solitude Akademie: il futuro delle residenze d’artista potrebbe essere online

In uno dei miei colpi di fortuna (proverbiali, quasi quanto le mie gaffe) sono stato invitato a nord di Stoccarda, nel mezzo del nulla, in un castello del diciottesimo secolo circondato da una foresta rigogliosa e popolata da cinghiali selvatici.

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Il castello (“schloss”) Solitude è la sede di una delle istituzioni artistiche più prestigiose in Europa, la Schloss Solitude Akademie, che ospita ogni anno 45 artisti e ricercatori di diverse discipline, dalle arti visive alla performance, dal giornalismo al business.
Le categorie sono molte e sono sempre in evoluzione: questo garantisce un continuo ricambio e aggiornamento.
Per esempio, tra i residenti attuali, nella sezione “business”, c’è un hacker che lavora sul concetto di proprietà intellettuale (probabilmente è tra i releaser di http://aaaaarg.org/ una delle più estese librerie di ebook pirata).

Agli artisti selezionati non è richiesto nulla, se non di risiedere qui per un anno e di realizzare un loro progetto, con i tempi e i modi che preferiscono. Hanno uno studio per lavorare, una serie di laboratori (per la lavorazione del legno, dei metalli, per la musica, per le performing art) e una biblioteca con una valanga di libri che vorrei avere.
Ogni Fellow può chiedere di avere dei libri nuovi: in questo modo la biblioteca evolve seguendo i desideri e le necessità degli artisti.
Su una delle vetrine della biblioteca, uno degli artisti ha fatto scrivere queste frasi:

Challenge the increasing
saturation of printed matter

What do you plan to do with
this when you’re done with it?

(La prima risposta a questa domanda è uno scanner bookdrive, con il quale Schloss Solitude Akademie sta programmando di digitalizzare la biblioteca).

Quindi, i 45 fellow dedicano quasi un anno della propria vita a produrre qualcosa, a discutere con gli altri, a studiare e a presentare il proprio lavoro.

La sera si trovano tutti insieme e costruiscono delle relazioni che li accompagneranno tutta la vita (da quello che ho visto, le attività preferite di questo selezionatissimo gruppo internazionale sono: guardare film di culto cyberpunk giapponesi, giocare a domino, a bere birra tedesca terribilmente frizzante. Non necessariamente in quest’ordine).

Il sito web dell’accademia fa un ottimo lavoro nel visualizzare tutte le relazioni che si sono create in questo network che, dopo trent’anni di attività, conta circa un migliaio di persone.

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Jean-Baptiste Joly, direttore dell’accademia da quasi trent’anni, dice: “quello che facciamo è creare una community, in base alle singole personalità che aggiungiamo al gruppo. È molto più facile quando coinvolgiamo dei singoli artisti che quando si tratta di gruppi”.

Questo è il primo anno (2014) in cui l’accademia ha accettato delle applications online: ne ha ricevute più di 3000, da tutto il mondo (sono il doppio rispetto all’anno scorso). Le application dovranno subire un processo di selezione da parte di un gruppo di giudici (solitamente, si tratta di personalità di altissimo livello nelle discipline di competenza).

Ancora prima di analizzare la sua evoluzione online, l’accademia sta guardando all’Asia in modo concreto: hanno deciso di abbandonare la visione eurocentrica e hanno composto la prossima giuria quasi interamente con giudici che vengono dall’India, dalla Cina, da Hong Kong. Il prossimo presidente di giuria sarà l’architetto Indiano Kaiwan Mehta. La selezione dei giudici consente all’accademia di orientare la propria sensibilità anche verso nuove aree geografiche e nuovi argomenti.

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Quello che ho percepito, qui, è un’energia creativa e una potenza veramente fuori dal comune. Schloss Solitude Akademie è riuscita a evolvere continuamente e a sfornare artisti di successo per moltissimo tempo. Seguendo – tra l’altro – il cambiamento dei parametri di successo nel corso del tempo.

Oggi la produzione artistica è sempre meno legata alla residenza in uno spazio fisico e alla creazione individuale: spesso avviene in modo collettivo e destrutturato, anche via web.
Potremmo paragonare la creazione artistica alla produzione di contenuti: le sfide che si stanno affrontando sono le stesse.

Anche il dibattito viene veicolato dal web: diventa più ampio, meno strutturato, più difficile da seguire e spesso più aspro. Uno dei casi più recenti è la critica di Rhizome verso l’ultima opera di Ryder Rypps: partita da Twitter si è moltiplicata e frammentata con modalità difficili da mappare (qui qui qui qui…).

Parallelamente, la comunità creativa su internet è di dimensioni fantasmagoriche rispetto a quella offline: basta pensare ai MOOC, che arrivano ad aggregare 30.000 iscritti (come nel caso di design101 su Iversity) e si prestano a interazioni nuove e molto diverse da quelle a cui siamo abituati.

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L’accademia deve trovare il modo di cambiare radicalmente la propria attività, tenendo fede ai livelli qualitativi sostenuti fino a ora e migliorando la documentazione delle proprie attività: per ora lo fa con un blog. Lo switch digitale è considerato parte delle attività che il ministero della cultura tedesco annovera nel programma che ha chiamato, in modo chiaro e inquietante, “digital offensive“.

Queste sono alcune delle questioni che mi sono trovato a discutere con il direttore dell’accademia (Jean-Baptiste Joly), con Stefano, con Clara e Angela dell’Akademie e con una coppia di consulenti di Berlino (Igor e Johannes, Third Wave).

Ha senso creare delle fellowship online?
È possibile attivare e condensare il dibattito online, in modo che sia proficuo?
Come attivare delle sinergie tra online e offline?
Come raccogliere la sfida di un pubblico che è internazionale e profondamente multiculturale?

La discussione è ancora aperta.

Quanto vale la tua bandiera? Advertising e prostituzione dei diritti sociali

“Il conflitto non è una merce.
La merce invece no,
la merce è soprattutto conflitto.”

Questa fortunata citazione di Andrea Natella è stata un punto fermo per molto tempo, in tutti i miei ragionamenti sulla comunicazione.

Sono ancora convinto che sia così: il conflitto, in quanto tale, non è ancora riducibile a un prodotto, per fortuna.
Però c’è un problema.
La nascita della controcultura, la contrapposizione tra una cultura “mainstream” e l’esistenza di molte nicchie, crea un fortissimo senso di appartenenza. E il senso di appartenenza ha bisogno di simboli, di oggetti, di feticci. Un esempio: gli hippie hanno bisogno dei simboli della pace e i punk generano, inconsapevolmente, un buon mercato per le spille da balia. Insomma, la controcultura aiuta a vendere.

Un amico mi ha mostrato questa campagna di Honey Maid e ha dato il via a questa mia riflessione.
Prendetevi un minuto per guardare il video.

La campagna è bellissima e commuovente.
Lo spot fa leva su quelle che gli americani considerano delle “minoranze” (i gay, le famiglie interraziali e – a quanto pare – i punk rocker) con lo scopo dichiarato di mostrare la famiglia contemporanea e con quello, non dichiarato, di far discutere.
Ci riescono. Gli utenti coprono Honey Maid di insulti variamente razzisti e omofobi.
L’azienda capovolge l’operazione, con un’overdose di buonismo americano che mi fa venire il diabete.

Questo è il mio dubbio: a chi giova questo mix?
L’azienda sta sacrificando il tema dei diritti civili, per raggiungere delle finalità di marketing (vendere più biscotti)?
Oppure, al contrario, la comunicazione commerciale ha – come effetto collaterale e positivo – il fatto di portare visibilità a un tema sociale, caro all’azienda?

Personalmente sono diffidente nei confronti delle aziende. Ho imparato che le aziende hanno una sola finalità: il profitto. Tutto il resto è collaterale.
La mia impressione è che Honey Maid stia immolando la causa delle unioni omosessuali per vendere più biscotti.

A pochi giorni di distanza, Findus manda in onda uno spot ancora più focalizzato sulle coppie gay. Nel caso del nuovo spot dei 4 salti in padella, la “sorpresa” di cui si parla nello spot è proprio il coming out del protagonista, Luca. “Mamma, Gianni non è solo il mio coinquilino. È il mio compagno”. Il primo caso assoluto di un coming out in una pubblicità.

Una strategia di comunicazione, quella di Findus, in cui l’omosessualità serve solo ad attirare l’attenzione, a far discutere, a far parlare. Soprattutto in un paese in cui “Luca era gay” arriva in finale a Sanremo (Luca, come il protagonista dello spot) e lo scivolone di Guido Barilla fa discutere per mesi.
Era meglio quando le pubblicità non mi facevano queste sorprese.

Mi sono chiesto se ci sono altri casi del genere, in cui minoranze, diritti civili o elementi della controcultura vengono immolati come driver dell’attenzione.

Il primo che mi è venuto in mente è un viral: Mark Ecko finge di scrivere “still free” sull’Air Force One, indisturbato. È un caso interessante, di cui parla anche Mirko Pallera in Create (un libro bellissimo, che però dà un’analisi un po’ alla cazzo di questo video). Mark Ecko è un artista e creatore di diversi brand. Tra le altre cose, ha sviluppato un videogioco sui graffiti.

Mark Ecko sacrifica i graffiti per attirare l’attenzione e per vendere più copie del videogame. Inganna lo spettatore, facendogli credere che l’azione sia vera. Sfrutta il linguaggio del writing illegale e attira su di sè i valori, deliziosamente controculturali e underground, del fenomeno.
Cosa pensano i writer di Mark Ecko?

“[…] Stop now and leave graffiti to the graffiti writers.–
Now fuck off.”

Tutto sommato, la sottocultura dei graffiti è poca cosa, da sacrificare, rispetto alle battaglie etiche degli omosessuali e delle minoranze etniche.

Di recente, il giocatore di calcio Daniel Alves, mentre batteva una rimessa laterale, si è visto lanciare una banana da uno spettatore. Senza fare una piega l’ha sbucciata e – platealmente – l’ha mangiata.
L’azione ha generato un’ondata di imitatori che, su tutti i social network, si sono fatti riprendere mangiando banane, al grido di #somostodosmacacos. Indimenticabile la scena di Borghezio che ne mangia una in diretta televisiva.

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Ecco, quest’azione era pianificata dall’agenzia di comunicazione di Neymar insieme all’agenzia publicitaria Laducca.
In questo caso, il gioco funziona al contrario: il giocatore ci fa credere che un gesto sia spontaneo e fa partire una campagna virale, ma non vuole vendere niente. Il fine è benefico e (forse) universalmente riconosciuto come positivo: l’antirazzismo.

Mi fa pensare a Suor Cristina che dirotta i minuti finali di The Voice Italia per recitare il padre nostro.
Ecco, il problema per me è questo: la pubblicità e la propaganda dovrebbero essere dichiarate. Sia che stiamo vendendo i biscotti, sia che stiamo vendendo Gesù.

Alves e Suor Cristina mi sembrano, tutto sommato, animati da finalità discutibili ma benevole.
Un caso che mi sembra più strano è Pif.

Pif si presta come testimonial di una campagna TIM in cui delle attività moderatamente illegali (guerrilla gardening, tango illegal) sono un pretesto per usare gli sms.
Anche in questo caso, i valori – seppur minimi – di protesta di una community come quella del guerrilla gardening vengono prostituiti per attirare l’attenzione su un prodotto.
Pif, da parte sua, si ripara la coscienza dicendo che userà i proventi per creare un museo dell’antimafia.

Il caso sicuramente più inquietante è quello delle Femen, attiviste ucraine famose per utilizzare il proprio corpo svestito per attirare l’attenzione su temi di utilità sociale.
A un certo punto, si scopre che ricevono uno stipendio fisso da una grossa agenzia pubblicitaria. Vabbè, fino a qui.
La notizia che mi lascia veramente sconcertato è il fatto che l’azione che mettono in scena a Istanbul venga effettivamente sponsorizzata da un’azienda che produce lingerie, Suwen  .
È particolarmente grave, perchè in questo caso è la protesta che viene sacrificata, per vendere le mutande (o, forse, le mutande supportano la protesta?).

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La forza di un’azione politica sta proprio nell’assolutezza degli intenti. Chi protesta fa quello, ha un obiettivo solo. Non si ferma a vendere ghiaccioli, mentre porta uno striscione.

E invece le Femen lasciano che ci sia questa confusione tra protesta e attività commerciale.
Una commistione che, inevitabilmente, indebolisce il loro messaggio: si stanno battendo per i diritti delle donne o stanno fatturando come testimonial di un produttore di mutande col pizzo? Questo dubbio, questa doppiezza, sposta l’attenzione dalla loro attività.
Contemporaneamente, mina alla base la credibilità di tutte le proteste.

Ed ecco che il conflitto, magicamente, diventa una merce.
E io non so più in cosa credere.
Andrò in piazza a sventolare dei biscotti.

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Note 
I miei riferimenti per scrivere questo sono stati Guerrigliamarketing, Heat e Potter, Naomi Klein, AdAge.
In origine avevo scritto questo post per Doppiozero ma poi avevo fretta e me lo sono pubblicato da solo. Se poi mi vorranno ancora bene lo pubblicherò anche lì.

Introduzione a Il Mondo Nuovo di Stefano Mirti

Ho scritto quest’introduzione al libro di Stefano Mirti, Il mondo nuovo. Guida tascabile #design #socialmedia #alterazioni

“Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti.” (Robert A. Heinlein)

Il mio lavoro consiste nell’aiutare le aziende a comunicare online.

Certamente esistono professioni più sexy: l’astronauta, il broker, l’architetto.
Tuttavia, si tratta di un’attività curiosa e per certi versi addirittura interessante.

Prima di tutto perchè è un’attività che, fino a pochi anni fa, non esisteva. Vi faccio un esempio: buona parte del mio lavoro passa da Twitter, un social network che ha aperto solo nel 2006 (e ci ha messo qualche anno per diffondersi).

Nel mio settore, l’esperto più anziano lavora da sette anni (un altro modo per dire che non esistono esperti). Per contro, le piattaforme su cui lavoro cambiano così velocemente che, anche se esistessero esperti, dopo pochi mesi le loro conoscenze sarebbero obsolete.

La comunicazione online è un tema volatile, etereo, cangiante: costringe a un continuo aggiornamento e a un discreto lavorìo mentale. Non si tratta di argomenti che si possono imparare, una volta per tutte, in un libro o all’università: per riuscire a far funzionare le cose sono molto più importanti il ragionamento e il buon senso.

Tutti i giorni mi chiedo a cosa serva la mia consulenza: perché i miei clienti non riescono a farlo da soli?

A scuola, nessuno ci insegna a essere curiosi nè a creare delle relazioni. Ma in questo momento queste sono due capacità fondamentali per sopravvivere in un contesto che cambia molto velocemente.

In un periodo di transizione, quale quello attuale, in cui gli strumenti per comunicare cambiano più velocemente degli utilizzatori finali, le aziende fanno fatica ad adattarsi pur intuendone le potenzialità.

La colpa non può essere dei social network: sono pensati in modo da poter essere utilizzati da un quattordicenne (e di fatti i quattordicenni ne usano in abbondanza, ma non usano gli stessi dei loro genitori). Non si tratta nemmeno di una questione anagrafica: l’inettitudine verso il digitale è diffusa a prescindere dall’età.

La mia curiosità sui social-scettici e i tecno-impediti mi ha portato a una più attenta analisi: sono ovunque. Raffinati redattori di importanti case editrici che rifiutano di avere un account su Facebook. Direttori marketing che hanno paura dei commenti negativi sui prodotti delle loro aziende. Curatori museali che bollano il web, tout court, come una perdita di tempo. Stimati professionisti che rifiutano di usare internet per tenersi aggiornati. Senza contare i candidati stagisti che ammettono candidamente di non leggere blog, di non possedere un profilo su Linkedin, di non avere internet a casa.

Da cosa dipende questa pigrizia mentale, questo neo-luddismo che impedisce alle persone di sfruttare questi strumenti? Temo che al principio di tutto ci sia la scuola, intesa come luogo di formazione e apprendimento.

La formazione accademica ci insegna ad approfondire un singolo argomento in modo verticale e specialistico, fino a diventarne esperti. Temo che, da solo, questo approccio sia obsoleto e dannoso. Quello di cui abbiamo bisogno è essere capaci di cercare e saper tracciare delle connessioni. Fare collegamenti critici tra gli argomenti o collegamenti tra le persone. Non c’è differenza tra virtuale e reale: i legami che stringiamo online non sono diversi da quelli “In Real Life”.

Immagino che questi concetti possano sembrare banali. Io ci ho messo molto a capirli, perchè il mondo in cui sono cresciuto non era così.

Quando sono nato io, internet non c’era. Ma per fortuna quelli come me sono in estinzione.

Conservare il degrado

La prima volta che ho visto la serie di fotografie che Margherita Lazzati ha scattato al pezzo di Alex Martinez, a Londra, ho pensato: è pazza. Nemmeno i writer sono così ossessionati dal documentare il proprio lavoro, nonostante la natura effimera delle loro produzioni.

I graffiti sui treni durano raramente più di tre giorni: sono destinati a consumarsi, estinguersi, essere cancellati o coperti da uno strato successivo di spray. La documentazione fotografica, spesso, è l’unica testimonianza dell’esistenza di un pezzo. Chi fa graffiti sulle metropolitane sa di dipingere solo per lo scatto finale: capita di frequente, infatti, che i treni dipinti non escano nemmeno dal deposito, destinati a una subitanea cancellazione, in nome del decoro.

La documentazione dei graffiti diventa ogni giorno più importante e chi dipinge lo sa: la qualità delle riviste dedicate al fenomeno è in continua ascesa e le fotografie scattate dai writer hanno raggiunto livelli incredibili. Dagli scatti di Gusmano Cesaretti (www.gusmanocesaretti.com/hompagegallery/slideshow.html) al writing cholo di Los Angeles nel 1975, ai reportage di Alex Fakso (www.heavymetalbook.com/) dei treni e metropolitane italiane degli anni 2000, fino alle foto di JR (jr-art.net/) esposte in questi giorni nella mostra del World Press Photo è passato molto tempo: tecnica e qualità delle fotografie sono cresciute a dismisura. È l’indice di un’attenzione crescente, da parte dei writer, rispetto alla fotografia.

Tuttavia, la fotografia è l’atto conclusivo del pezzo, ne immortala la conclusione e in qualche modo segna l’inizio del suo degrado. Viene scattata al momento o, al più tardi, la mattina successiva quando il treno entra in stazione.

È l’opposto rispetto al lavoro di Margherita Lazzati: la sua ossessione maniacale per il pezzo di Alex Martinez, che l’ha portata a fotografarlo continuamente per quattro anni, mi ricorda l’ossessione che alcuni writer hanno per il proprio nome, che li porta a scriverlo ovunque e comunque. Un’ossessione che è strettamente collegata con la martellante ripetitività della comunicazione pubblicitaria, che iniziava a farsi presante e onnipresente proprio negli anni in cui il writing è nato.

Sto pensando alla serialità writer come Dumbo (che ha scritto la propria tag dappertutto a Milano, in stampatello), non certo come Alex Martinez: se chi fa graffiti si posiziona su un ideale continuum che va dal totale vandalismo alla pura arte, certamente Dumbo si colloca verso il vandalismo (e l’autoreferenzialità, la ripetitività, la non-arte), mentre Martinez cerca il riconoscimento da parte del mondo delle gallerie.

Come le tag di Dumbo sono un’ossessione martellante per le vie di Milano, le fotografie di Margherita Lazzati hanno campionato in modo ossessivo lo stessa dipinto, per tutta la sua vita di opera, fino alla cancellazione finale.

Certe opere, sostiene il professor Antonio Rava (docente di restauro presso l’Accademia Albertina) sono destinate a distruggersi e devono essere lasciate al loro destino. La loro distruzione fa parte dello statuto originario.

Se pensiamo a un graffito come un’opera d’arte (un’ipotesi che farà arricciare il naso a molti), l’unica forma di conservazione è proprio quella che ha tentato Margherita Lazzati: la documentazione continua della decadenza dell’oggetto artistico fino alla sua completa distruzione. In questo senso, la sequenza fotografica è decisamente meglio dell’opera stessa (una copia di un ritratto di Beckett che, a dirla tutta, sembra ingrassato di cinque chili rispetto all’originale).

Documentare il passaggio del tempo ci rende la misura dell’inevitabilità degli eventi: è una metafora della vita, come il video di Sam Taylor-Wood (Still life, 2001) in cui una caravaggesca cesta di frutta ammuffisce, inesorabilmente, in un time lapse accelerato di tre minuti e mezzo. Una condanna a cui i graffiti non si possono sottrarre e dalla quale nulla li difende. L’amministrazione comunale di Milano ha spazzato via, con un colpo di spugna grigia, vent’anni di storia del writing milanese, cancellando tutte le storiche hall of fame della città. E dando vita a un fenomeno di selezione avversa: per ridurre le scrittacce (che non piacciono al cittadino) il comune ha cancellato i graffiti belli (che piacevano al cittadino). Al posto delle hall of fame, ora, ci sono solo tag e throw up. Grazie sindaco!

E se le sporadiche e poco sensate iniziative che hanno mirato al restauro e alla salvaguardia dei graffiti (come il restauro del muro di Bros (http://archiviostorico.corriere.it/2008/febbraio/24/Graffiti_arte_cancellati_via_restauri_co_7_080224020.shtml) in via Olona, a Milano) grazie al cielo hanno avuto vita breve, i lavori di documentazione seria di un singolo muro sono stati veramente pochi.

Graffiti Archaeology è una di queste analisi diacroniche, un meraviglioso time-lapse collage che documenta diverse hall of fame statunitensi dai Novanta ad oggi (http://www.otherthings.com/grafarc/).

Un’altro esempio, stavolta nell’area della street art, è “self destructing sticker” dell’olandese Erosie, in cui il progressivo scoloramento di un’adesivo rende vera la dichiarazione dell’adesivo: “this sticker will self destruct” (http://www.erosie.net/index.php?/2004/self-destructing-sticker/).

La serie di Margherita Lazzati non ha il potere di fermare il tempo. Ne scandisce il passaggio e racconta una realtà spietata e spesso ignorata: quando un pezzo è concluso, non è più di proprietà del writer. È alla mercè dei fotografi, degli altri writer, delle intemperie e di chi cancella i graffiti. I writer consegnano le loro opere all’azione incontrollata degli agenti atmosferici e della società, con determinata rassegnazione e consapevolezza.

Per fortuna, ci sarà sempre un’altra generazione di writer, pronta a stendere un altro strato di vernice.

 

Scrivere il nome, tra inclusione e repressione

Ogni volta che si parla di graffiti, gli storici dell’arte partono da quelli preistorici con la caccia al bisonte, dalla grotta di Lascaux e dalle incisioni rupestri della Val Camonica. È un dramma: i graffiti che conosco io non hanno nulla a che fare con questi. L’ambiguità lessicale mi costringe a iniziare, ogni volta, da una questione terminologica che, colpevolmente, restituisce una realtà distorta.

 

Il termine graffiti, ci dice il dizionario, deriverebbe in qualche modo dal termine greco per “scalfire, incavare, disegnare”, graphein. È un termine perfettamente azzeccato, dunque, per individuare le incisioni rupestri e anche i disegni dei carcerati, che costituiscono l’oggetto di questo volume.

I graffiti insomma, fino agli anni Settanta, sono solo ed esclusivamente le pitture murali, più o meno incise o graffiate, ricondotte raramente a un intento artistico. Piuttosto, collegate a un intento divinatorio, propiziatorio, o di semplice comunicazione.

 

C’è stato un momento in cui il termine “graffiti” è passato a indicare anche le scritte sui muri, fatte a pennarello o a spray e di seguito anche i disegni che, negli anni Settanta, iniziavano ad apparire sulla metropolitana di New York.

Il New York Times rileva la presenza di una nuova sottocultura nel 1971, quando dedica un articolo e una intervista a Taki 183, un giovane di origine greca che aveva iniziato a scrivere il proprio nome dappertutto, con dei pennarelli, stimolando altri ragazzi a fare lo stesso. Taki, semplicemente, non sapeva spiegare il perchè lo facesse: doveva farlo, e basta.

Il New York Times chiama le firme di Taki “graffiti”, probabilmente in modo dispregiativo, per accostarle al disordine delle incisioni rupestri.

 

I writer, d’altra parte, non usano mai la parola “graffiti”: chiamano se stessi semplicemente “writer”, e descrivono la loro attività come “writing” o semplicemente “scrivere il proprio nome”.

La differenza terminologica è importante solo per un motivo: evidenzia un approccio totalmente diverso.

Non artistico, o almeno non in senso intenzionale. Non propiziatorio, a differenza dei bisonti nelle caverne. Non più sporadico, come nel caso delle scritte vernacolari che sono sempre esistite, sui muri di tutte le città, da Pompei a Parigi.

Si tratta di un approccio totalmente focalizzato sul culto del nome, ripetitivo, seriale, e a-funzionale (non diretto a comunicare nessun messaggio specifico). Taki dice: “devo farlo, e basta”.

 

Ci troviamo di fronte a un cambiamento radicale nell’approccio alla scrittura sui muri: talmente diverso da tutte le manifestazioni precedenti da meritare forse un’analisi fondata su altri presupposti.

 

Naturalmente, questo approccio diverso non ci fu: mutuare il termine generico “graffiti” dalla storia dell’arte equivaleva a generalizzare, a evitare l’inquadramento preciso di un fenomeno poco comprensibile, ma già terribilmente dilagante, se è vero che la Transit Authorithy di New York spendeva, già nel 71, 300.000 dollari per rimuovere tags, scritte varie e oscenità dalle stazioni della metropolitana.

 

È per questo che evito accuratamente, ove possibile, di utilizzare il termine graffiti per riferirmi al writing: è inaccurato e genera confusione.

Una confusione che, naturalmente, fa gioco e fa piacere a chi vuole fare di tutta l’erba un fascio, e pensa che considerare nello stesso novero tag, dichiarazioni d’amore, apologie politiche e calcistiche, liste della spesa paleolitiche per la caccia al bisonte possa essere utile a qualcosa.

 

Questa è la mia area di studio e di intervento: il writing.

Come distinguere una tag o un “pezzo” (un disegno realizzato da un writer) da una scritta di altro tipo? È molto semplice. I writer scrivono il loro nome (o meglio, il loro pseudonimo: trattandosi di un’attività illegale, sarebbe improvvido utilizzare il proprio nome anagrafico).

Si tratta di un’attività piuttosto semplice: scegliere uno pseudonimo, armarsi di pennarelli o di pittura spray, e scriverlo il più possibile, meglio degli altri writer, con più stile, più in grande e possibilmente in luoghi più rischiosi (treni, metropolitane, autostrade, cavalcavia e in genere qualunque superficie verticale scrivibile).

Di conseguenza, le scritte dei writer sono seriali, stilizzate ma soprattutto sono delle firme. Dalla scritta più piccola, tracciata a un colore e con un pennarello, agli immensi pezzi che capita di vedere sui treni, il tratto comune è uno solo: l’ossessiva e martellante ripetizione di un nome.

 

Nel 2010, è possibile riconoscere il segno dei writer in tutte le maggiori città del mondo: tutto è iniziato da Philadelphia e New York, ma già all’inizio degli anni Ottanta il fenomeno si era diffuso a Londra, a Parigi, Amsterdam e Milano. I veicoli della diffusione sono stati molteplici, da libri come Subway Art a documentari come Style Wars e clip musicali come “Buffalo Gals” di Malcolm Mac Laren.

Il writing è diventato una incontrollabile piaga planetaria, almeno per le istituzioni che cercano di sradicarlo, spesso con risultati risibili.

 

La difficoltà di inquadrare il fenomeno (e la commistione terminologica ne è un segnale) gioca un ruolo fondamentale sia per le politiche di repressione sia per quanto riguarda la sua (presunta) accettazione da parte del sistema artistico preesistente. In molti casi, i writer non hanno un intento artistico: il loro obiettivo è semplicemente la competizione con gli altri writer, per la quantità o la qualità delle firme che riescono a piazzare.

L’aspetto estetico dei graffiti è considerato, da molti writer, poco più che una scoria, un residuo, rispetto all’azione e alla competizione.

D’altra parte, lo stesso aspetto estetico ha sollevato prestissimo conseguenze di natura commerciale ed artistica, causando l’ingresso precoce dei writer nel sistema dell’arte: la prima occasione, probabilmente, è del 15 settembre 1973, quando un gruppo costituito da un centinaio di writer (che comprendeva tra gli altri Phase 2, Mico, Coco 144, Pistol, Flint 707, Bama, Snake e Stich), guidati dal sociologo Hugo Martinez, tenne la sua prima mostra collettiva alla Razor Gallery, promossa dalla New York Foundation of Arts. Tutti i lavori della UGA (United Graffiti Artists, così si chiamava il gruppo) furono venduti tra i trecento e i tremila dollari e la mostra fu recensita in modo favorevole dalla critica e dalla stampa specializzata, che se ne occupò fino al 1975, per poi abbandonare, almeno temporaneamente, il fenomeno.

 

I writer, gli ex-writer, i graffitisti (come haring e basquiat, che in realtà hanno condiviso poco con il movimento), gli artisti provenienti dal writing hanno quindi formato un unicum estremamente eterogeneo e difficilmente comprensibile, sicuramente bivalente.

Da un lato le frange più estreme del movimento, certe che l’illegalità e la competizione sul nome fossero parti essenziali al loro operato, spesso disinteressate o addirittura ostili rispetto ai criteri e alle politiche del mercato dell’arte, sicuramente autoreferenziali: “it’s for us, I don’t care about them”, dice Skeme nel documentario Style Wars.

Dall’altra, chi ha iniziato a vedersi come un “graffiti artist” più che come un “graffiti writer”, dando vita a una concezione del fenomeno fortemente deviata dalle influenze di tipo commerciale.

 

“it’s for us”: è per noi. in due parole, la sintesi di un movimento totalmente concentrato verso l’interno, criptico, autoreferenziale, in cui tutto è rivolto solo ed esclusivamente agli altri writer. La calligrafia è incomprensibile, le lettere sono ostiche, le identità sono celate dagli pseudonmi, i motivi per cui si dipinge non sono espressi chiaramente. Anzi, non sono espressi affatto. O, secondo alcuni, addirittura non ci sono: i writer non sanno perchè scrivono, lo fanno e basta.

Parallelamente, questa esigenza di chiusura all’esterno costituisce il paradigma di un’inclusione: se sei un writer, sei dentro, sei dei nostri, capisci e sei in grado di valutare chi è il king, quello che dipinge meglio e di più.

 

La società civile ha risposto a questo movimento, la cui manifestazione è prevalentemente illegale, con movimenti di segno opposto: la repressione e l’eliminazione delle tracce.

Tracce spontanee, che descrivono forse il tempo in cui viviamo, così come i graffiti di Palazzo Steri descrivono l’universo degli incarcerati dell’Inquisizione.

Certamente, la proliferazione incontrollata di una giungla di segni nello spazio pubblico determina un clima di incertezza, di perdita di controllo. Ancora di più se, abituati a segni che sono funzionali, alla reclàme, alla grafica informativa, ci troviamo davanti a firme apparentemente prive di un senso. E, certamente, prive di un intento commerciale.

 

A giudicare dallo stato di molte città italiane, la strategia di repressione e cancellazione ha dato frutti modesti: le più grandi città italiane sono devastate, senza possibilità di recupero, da una fitta trama di tag, throw up, pezzi.

Tuttavia, le spese per la cancellazione e la rimozione dei graffiti sono cospicue: Trenitalia dichiara di spendere circa 3 milioni di euro all’anno per pulire i treni, una cifra simile a quella che spendono le Ferrovie Nord di Milano e ATM (2 milioni di euro a testa).

Il comune di Genova spende poco, solo 90mila euro l’anno per pulire i graffiti, e vanterebbe un rapporto amichevole coi writer. In effetti è poca cosa, soprattutto se paragonati ai 25 milioni di euro di Milano (2009), tra pulizia e campagne di sensibilizzazione. Una bella cifra, che finiva in gran parte nelle casse di AMSA, l’azienda che gestisce sia le operazioni di pulizia che le affissioni pubblicitarie anti graffiti.

Secondo l’associazione dei costruttori edili, i maggiori Comuni italiani spenderebbero circa 25 milioni di euro l’ anno per ripulire le facciate dei palazzi e sistemare le aree pubbliche vandalizzate.

Si tratta di un problema di priorità e di agenda setting. È chiaro che, visti i risultati, i 25 milioni di euro che i nostri Comuni erogano, ogni anno, per seppellire le tracce del writing sembrano – quanto meno – spesi male. La città di Milano, con un colpo di spugna, ha deciso di cancellare tutte le storiche Hall of Fame semi-legali che resistevano da vent’anni, indisturbate e anzi benvolute dalle persone comuni. Cancellando, in un colpo, una importante memoria storica del writing italiano e producendo un danno storico incalcolabile.

Non dico che i graffiti vadano conservati: sono effimeri e sono fatti per scomparire.

Per chi li studia però, la cancellazione dei graffiti è come mandare un bulldozer in un museo archeologico: costoso e dannoso.

Idee rifiutate

Una versione extended di questo post è su Virtualeco

Spendo tanto tempo a cercare delle idee e proporle a dei clienti. A volte vengono semplicemente rifiutate, altre volte ignorate. Le idee che sopravvivono sono, forse, l’1% – ed è parte della selezione naturale.

In questi anni i clienti hanno rifiutato un sacco di idee che a me sembravano sensate, tra cui un gioco multiplayer in cui devi friggere più calamari di tutti gli altri giocatori, un contest di freestyle rap per promuovere un dizionario, un gioco che regala dei formaggi in modo più o meno random a chi fa delle cose. Secondo me erano idee abbastanza buone, ma non sono sopravvissute.

Alla fine ho capito che buone idee sono una cosa pessima, se ce le hai al momento sbagliato. In un processo creativo avere una buona idea blocca il processo (troppo presto, a volte). A volte, una buona idea che arriva troppo presto può essere il sintomo che un’autorità nel gruppo riesce a imporre la sua idea, o del fatto che si sta accettando un pensiero comune o un pensiero pregresso. Per questo motivo le buone idee vanno tenute da parte e accantonate per un po’, e andrebbero presentate all’esterno solo quando tutti sono d’accordo. Presentare un’idea all’esterno, se l’idea non è ancora pronta del tutto, può avere un effetto contrario: può contribuire a far scartare un’idea buona.

Le cattive idee sono una cosa buona. Prima di tutto perchè suscitano delle reazioni, anche avverse, e contribuiscono a creare una discussione. Si crea quel momento in cui tutti abbassano le difese e si sentono in grado di generare nuove idee: tanto, per quanto cattive siano, non saranno mai pessime come la prima idea.

Le idee non si possono proteggere (non c’è copyright sulle idee, ma solo sulla loro implementazione), anche se un sacco di gente cerca di nasconderle, di metterle al sicuro, di blindarle. È una cazzata: una buona idea, da sola, non serve a nulla. Le idee hanno bisogno di essere implementate.

Cerco di averne il più possibile (in media, ne ho pochissime). Ma quando le ho, le regalo: penso che scambiarle sia una cosa buona. E non perchè “se io ti dò un’idea, entrambi abbiamo un’idea”, ma perchè spero che il mio interlocutore faccia a pezzi le mie idee: è l’unico modo per testarle. Oltre alla ghigliottina definitiva: presentarle al cliente.

Non ci sono biblioteche per gli ebooks

Una riflessione veloce che parte da questo post di James Bridle, sull’assenza di vere biblioteche per gli ebooks.

In Italia le biblioteche hanno il diritto di prestare i libri a titolo gratuito, secondo la legge sul diritto d’autore (vedi qui). La legge dice che possono prestare gli originali: è un principio che protegge il pubblico e garantisce l’accesso alla cultura da parte di tutti.

Curiosamente però, se proviamo ad applicare questo principio agli ebook abbiamo un paradosso. Da un lato, permettere a tutti di leggere gli ebook (in digitale), costruendo una biblioteca che assomigli più all’App Store che a una libreria, sarebbe infinitamente comodo e funzionale. Dall’altro lato è impossibile: una biblioteca di questo tipo, che permetta l’accesso a infiniti materiali digitali, renderebbe inutili tutti i negozi esistenti di ebook (e manderebbe a gambe all’aria l’intero settore editoriale, nella forma in cui lo conosciamo oggi).

Online, quello che si avvicina di più al concetto di biblioteca online, dopo la chiusura definitiva di Gigapedia.org, è aaaaarg.org, una piattaforma ampiamente illecita. Il sito che più si avvicina a un’emeroteca è Avaxhome, a cui Mondadori ha fatto causa lo scorso novembre.

In questo momento i produttori di contenuti hanno un vantaggio (tecnologico e legale) nei confronti del bene pubblico (il diritto ad accedere alla cultura, liberamente), ma tutti i tentativi di ristabilire l’equilibrio avrebbero un impatto negativo sul mercato.

Bovisa in Linea – Reclaim your line

Bovisa in Linea – reclaim your line
Testo contenuto nel libro Progetto Bovisa, in uscita per il Politecnico di Milano

Il rapporto tra i writer e le istituzioni a Milano ha attraversato diverse fasi, spesso controverse e contradditorie: sebbene il collegamento tra la capitale italiana dell’advertising e il marketing di se stessi operato dai writer sia lampante, raramente le istituzioni comunali hanno cercato di approfondire i modi e l’evoluzione di questo fenomeno. I graffiti sono stati per anni uno spauracchio, una patologia difficile da debellare, un nemico immaginario che spunta dal cappello magico in tempi di campagna elettorale.
In molti riescono a lucrare sull’atto vandalico: fornitori di pennarelli e colori, pulitori, imbianchini, produttori di vernici protettive e vigilantes assortiti, per non fare menzione del mercato dell’arte e del merchandising, in una fase di piena maturità. La gran parte della cittadinanza, invece, li soffre in modo passivo, o almeno così vuol dare a intendere la stampa: in realtà, l’unica indagine sulla percezione dei graffiti, realizzata da Eurispes (>>), dimostra come una percentuale importante del campione intervistato (soprattutto i giovani) apprezzi e ami i muri dipinti.
Il fatto che siano difficili da capire è una giustificazione tanto diffusa quanto priva di fondamento. Certo, è difficile interpretare le intricate lettere del wildstyle, ma non più che interpretare un codice del Cinquecento. E le lettere dei writer più presenti in città sono spesso leggibilissime, frutto questo di una programmata evoluzione dello stile: l’uso dello stampatello consente di diventare famosi anche tra i non addetti, mediante la riproduzione del marchio fino alla saturazione dello spazio cognitivo. La pubblicità, alfine, ha insegnato qualcosa ai nostri ragazzi!
Probabilmente, ciò che è veramente difficile comprendere dei graffiti è l’intento: l’intenzione artistica è il più delle volte assente, quantomeno nel bombing da strada. E in ogni caso, l’arte da sola difficilmente giustifica i rischi che un writer mediamente corre (stiamo parlando di multe, denunce penali e, in casi estremi, anche qualche proiettile vagante).
Nel mix di obiettivi di un writer giocano un ruolo importante quanto vario la fama, il riconoscimento all’interno di una cerchia di pari, la ricerca di una superiorità assoluta (lo status di king) valutata secondo alcuni parametri concretissimi e riconoscibili – lo stile, la quantità, le dimensioni, il rischio. È una sfida, una gara, ciò che il documentarista Henry Chalfant ha giustamente chiamato Style Wars, già nel 1983.
Risulterà evidente da queste righe che il pubblico d’elezione dei writer sono gli altri writer. La cerchia è autoreferenziale, un circuito chiuso di patiti delle lettere in estrema competizione per lo spazio e per lo stile.
Va da sé che il coefficiente di rischio sia uno dei fattori dominanti: l’impatto di un pezzo è dato dalla sua posizione, lo straniamento provocato da un graffito non è dato solo dal lettering, quanto dall’illegalità del pezzo. Quella macchia di colore, lì, su quel treno o lungo quella linea ferroviaria, non dovrebbe esserci e invece c’è: testimonia un’insensatezza spontanea, un gesto gratuito di abbellimentoabbruttimento che coinvolge tutti ma non chiede a nessuno, né permessi né risorse.
È questo il motivo per cui, per molti writer, i muri legali hanno poco senso.
Gli spazi concessi ospitano graffiti senza punta, senza verve: ordinati e preparati, anziché inattesi e prepotenti, perdono gran parte della loro efficacia, sono nulla in confronto a un treno o a una metropolitana dipinta illegalmente.
Eppure, i motivi per concedere comunque degli spazi ci sono e sono tanti. Bovisa in Linea vuole essere un tributo a chi quei muri li ha vissuti, di notte, con sudore, rischio e fatica. Un omaggio a chi è riuscito a dare il meglio su ogni superficie – liscia o gibbosa, concava e convessa, senza luce e con i treni che passano. E insieme vuole essere un invito a elevare ancora di più il livello qualitativo, a dedicare più tempo e passione – per una volta con il supporto costruttivo di un’istituzione come la Triennale – a una disciplina che può dare dei risultati incredibili a livello estetico e ha avuto un’influenza tanto ampia quanto sottovalutata sulla grafica che ci circonda.
I muri legali non servono ai writer (questo è evidente: se li prendono da soli, come dimostra la linea Cadorna-Bovisa, completamente dipinta già prima dell’evento), servono a tutti gli altri: sono utili per i giornalisti, costretti in qualche modo a confrontarsi con un’anomalia e ad approfondire l’argomento, servono alla gente comune, spinta a notare la nuova veste delle linea ferroviaria e a interrogarsi sul senso di ciò che succede e infine serve ai ragazzi milanesi, che potranno godere di opere di qualità eccellente nonostante le devastanti campagne censorie delle scorse amministrazioni comunali, che hanno fatto tabula rasa di due decadi di storia del writing a Milano.
La speranza è che l’evento faccia riflettere sul dirompente potere creativo che è collegato a questo fenomeno (più di cento ragazzi, che collaborano per realizzare un unico enorme intervento): una forza d’ingegno il più delle volte repressa e soffocata dalle istituzioni, e che qui per la prima volta viene avallata e stimolata.
L’inefficacia delle campagne repressive dovrebbe essere evidente, le esperienze internazionali lo dimostrano. New York, la Mecca dei graffiti, ha iniziato la lotta al writing nel 1978 e ancora oggi spende 5 milioni di dollari all’anno per pulire i graffiti e mantenere un’apposita squadra di 68 agenti: nonostante questo, la metropolitana subisce circa 4.000 attacchi vandalici all’anno.
A Parigi le misure anti-graffiti sono arrivate addirittura a intaccare la libertà di stampa, impedendo la pubblicazione di alcune riviste specializzate. I graffiti cancellati dai muri della città riappaiono sui marciapiedi, oppure al di sopra dei quattro metri di altezza, o sui mezzi di trasporto privati.
A Berlino, anche dopo la demenziale decisione di perseguire i writer con gli elicotteri, il fenomeno è in crescita e raggiunge livelli di vandalismo e violenza decisamente elevati.
Anche le misure varate, a più riprese, dal Comune di Milano sono state vane (basti ricordare la “taglia sui writer” introdotta da Albertini nel ’98) e i risultati non sono quelli sperati, si direbbe guardando le pareti della città. Né credo che una vandal squad formata da poliziotti killer, sulla scorta di quanto è avvenuto in altre città lombarde, possa risolvere il “problema” – politiche restrittive e persecutorie, se mai, riducono il tempo a disposizione per realizzare l’opera e il risultato naturale è un peggioramento del livello qualitativo medio.
Bovisa in Linea è l’inizio di un dialogo tra le istituzioni e la città, e in particolare con quella parte di città sommersa ma creativa, difficile da raggiungere ma iperattiva. Difficilmente servirà a limitare un’attitudine al vandalismo perpetuata ormai da trent’anni, ma la speranza è che si possa aumentare il livello di consapevolezza, da entrambi i lati. Da un lato, Milano non è New York: i luoghi sensibili sono moltissimi (siti archeologici, architettonici, artistici) e i più capiscono perfettamente l’insensatezza di firmare chiese e monumenti. D’altro canto, il writing fa ormai parte del paesaggio urbano, ignorarlo e cercare di debellarlo completamente è un’impresa titanica e poco sensata, irrispettosa della naturale evoluzione della città. Lamentarsi dell’erosione dello spazio pubblico da parte della pubblicità è fin troppo facile: ci si limiterà a osservare che le metropoli moderne sono sempre state sporche, inquinate e che la sporcizia rappresentata dalle scritte sui muri non è certo la peggiore (soprattutto se paragonata ad altre forme di inquinamento visivo – se non di inquinamento tout court). La selva di firme e bombing ci sembra, al contrario, un fortissimo indicatore di un’attività intellettuale, per quanto vandalica e marginale, e di una disposizione a conquistare degli spazi, di un’aggressività positiva coniugata a una ricerca stilistica che va stimolata e lodata – non soffocata.
Il fatto che l’attuale amministrazione comunale abbia deciso di dedicare dello spazio e delle risorse a questo tipo di energie ci pare sintomo di un’inedita attenzione verso la creatività spontanea e un primo passo per valorizzare il fenomeno nel contesto di una strategia di apertura e di analisi, anziché di chiusura e di cieca repressione.
Speriamo che Milano smetta di aspirare a uno stato di pulizia che è solamente superficiale e accetti di essere una città sporca, perché per tutte le attività creative e lavorative è necessario, in qualche modo, sporcarsi le mani.

Quello che penso io del writing, aggiornato a sabato 21 marzo 2009 alle cinque del pomeriggio

Testo apparso in A. Barbieri e al., Come ti viene in mente di fare i graffiti, stampato in proprio, 2009

Quello che penso io del writing, aggiornato a sabato 21 marzo 2009 alle cinque del pomeriggio

I graffiti esistono da quarant’anni.
I writer non li chiamano nemmeno graffiti: qui da noi, in Italia, li si chiama pezzi e la pratica di scrivere sui muri è chiamata semplicemente writing (dal termine inglese scrivere, naturalmente).
Eppure, nonostante i graffiti esistano da quarant’anni (sui libri d’arte, in tv, sugli zainetti, sul dentifricio e addirittura nel frigo, quasi) le persone continuano a chiedere da dove vengono i graffiti, perché sono così brutti, come mai sono ovunque e cosa c’è dietro.
La risposta è semplice: vengono dagli States, come Beautiful, la Coca Cola e Terminator. Ma, a differenza di Beautiful e Terminator, sembrano piuttosto coriacei: non hanno intenzione di scomparire nel giro di pochi anni. La leggenda dice che i primi writer fossero di Philadelphia e che avessero iniziato a scrivere il proprio nome alla fine degli anni Sessanta, in un contesto urbano in cui la pubblicità tendeva a dissolvere lo spazio pubblico e a comprimere l’identità individuale. New York ne rivendica la paternità con prepotenza, nonostante, nel 2006, il municipio spendesse più di cinque milioni di dollari l’anno per combattere il fenomeno.
Effettivamente il writing, come lo conosciamo oggi, si è sviluppato sui treni della grande mela, dove i nomi dei ragazzi delle periferie sono apparsi e si sono diffusi con un vigore inarrestabile, sempre più grandi, sempre più colorati, per passare a invadere i muri, i cavalcavia, gli autobus della città e poi di tutto il mondo.
Più che una tecnica (l’utilizzo dello spray) e uno stile, ciò che ha contagiato il pianeta è la potenza di un’idea: scrivere il proprio nome. È la base ed è alla portata di tutti: è la prima cosa che impariamo a scrivere. Simboleggia noi stessi. Scriverlo in giro significa “sono stato qui”: in una città enorme può essere un segno di vita importantissimo. È un’idea semplice e potentissima: i graffiti hanno cambiato forma mille volte, ma l’idea di base rimane ferma e inattaccabile – finchè ci saranno metropoli e ci saranno adolescenti, ci sarà qualcuno che scrive il suo nome, da Tokio a Rio a Bassano del Grappa.
Se il nome ha dato il via al gioco, lo stile ha innescato la bomba della competizione: qualcuno ha detto che il writing è una guerra di stili, per chi scrive meglio, con una calligrafia migliore, con una colorazione più coerente, nel posto più inaccessibile, con gli strumenti più strani.

Free* painting

Testo apparso sul catalogo Only For Fame (Collective Exhibition),pubblicato in proprio, Osnago (Mi), 2008.
[Grazie a Simona Bartolena, Sara Allevi, Michele Brivio e 247design]

Free* painting
* In cui “free” significa “gratis”, come in “free beer”.

Le firme, le scritte, i graffiti sono così onnipresenti sui muri delle metropoli contemporanee che sembra inutile scriverne e raccontarli per iscritto: un’attenta passeggiata in città sarebbe ben più istruttiva di qualunque testo.

Eppure, l’ostilità dei media e dei cittadini perbene, infuocati in una perenne guerra a favore di un monocromo grigio, spinge scrittori ed editori a sprecare pagine per inquadrare, descrivere, analizzare e incanalare un fenomeno di cui abbiamo una sola certezza: è assolutamente indelebile.

Dalla fine dei Sessanta sono stati innumerevoli i tentativi di soffocare il fenomeno, di disinfestare il singolo deposito ferroviario, imprigionare un writer, riportare una città alla gloriosa tinta unita neoclassica. Tentativi spesso vacui, incapaci di trattenere un’idea di fondo, che probabilmente è inarrestabile nel breve periodo. Continue reading