Quello che penso io del writing, aggiornato a sabato 21 marzo 2009 alle cinque del pomeriggio

Qualunque elemento può contribuire alla formazione di uno stile: una freccia, la forma di una lettera, l’utilizzo di un particolare colore, di un insieme di forme piuttosto che di altre. Tutti i graffiti sono, in fondo, delle grandi firme: dei nomi giganti, elaborati e sviluppati con una calligrafia originale. Personaggi, elementi figurativi, sfondi elaborati e particolareggiati fanno solo da sfondo a quella che è un’arte squisitamente tipografica. Tra l’altro, spesso è praticata con competenza da persone che non sanno nulla di arte, di grafica e di tipografia.
Perché il writing è totalmente trasversale: viene praticato allo stesso modo a tutte le età e in tutte le fasce demografiche. Non è mai stata una pratica confinata ai ragazzi del ghetto: molti dei primi writer erano addirittura bianchi, middle-class e ascoltavano musica heavy metal.
Perché migliaia di ragazzi, in tutto il mondo, rischiano pelle, salute e portafoglio per scrivere il proprio nome, spesso illegalmente, in ogni angolo della propria città? Questa è la domanda più bella: resterà per sempre senza risposta. Ogni writer ha il proprio intento, la propria pulsione: alcuni si sentono artisti e altri vogliono restare vandali, alcuni vogliono fare un dono alla propria città e altri vogliono distruggerla con la propria firma (non c’è un writing buono e uno cattivo: sono due facce, identiche o opposte, della stessa medaglia). Qualcuno ha un intento politico, in senso lato (ogni azione nello spazio pubblico può essere letta attraverso la lente dell’attivismo), ma l’appartenenza partitica e le ideologie sono totalmente assenti da questa longèva, sterminata e coriacea sottocultura. Qualcuno dipinge per noia, qualcuno firma per impressionare le ragazze. Qualcuno non sa perché lo fa: ha perso traccia del motivo, ma non ha perso la spinta a uscire ogni notte, freddo o caldo, a cambiare il paesaggio che lo circonda. Semplicemente, ai writer non interessano i dibattiti o i motivi: gli interessano i graffiti.
“È uno dei pochi ambienti in cui conta l’arrosto, non il fumo”, ha detto il writer Rocks in una coinvolgente intervista. Conta quante firme fai, quanti muri, quanti treni. Se sei capace di disegnare le lettere oppure no. Tutto il resto è sovra-struttura ininfluente.
I writer, molto spesso, disegnano per i writer. È una sottocultura autoreferenziale. Per questo, quando le persone chiedono loro “però potresti disegnare una bella figa” la risposta è no, non lo possono fare. Perché scelgono di utilizzare uno slang specifico e intricato, di scrivere lettere coloratissime ma intricate, neo-iconoclasti rifuggono volontariamente dal livello base della comunicazione: non te la disegnano, una bella figa, chè le pareti della nostra città ne sono già piene.
Solo questo, c’è dietro i graffiti. Scegliere un nome, un colore. Metterlo dappertutto. Competere con gli altri per lo spazio e per lo stile. Esattamente come fa la Coca Cola.
Ma a differenza della Coca Cola, qui non c’è una targhetta col prezzo: l’unico prodotto che viene promosso dalle tag sui muri delle nostre città è l’utopia di uno spazio pubblico (veramente pubblico) in cui ognuno, da solo e con pochissimi soldi, disegna un po’ quello che gli pare.

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